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Prefazioni
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Ricordare il terremoto del 1976 non significa
soltanto ripercorrere un evento drammatico della nostra storia recente:
significa, soprattutto, custodire una memoria collettiva che ha
contribuito a definire l'identità del nostro territorio e delle sue
comunità.
Silvia Savi
Prefazione
All’indomani della scossa, David Maria Turoldo, il prete contadino e poeta, l’intellettuale scomodo, amico di Pier Paolo Pasolini, già partigiano nella lotta di Resistenza contro il Nazifascismo, scrisse sul Corriere della Sera un articolo che portava un titolo incomprensibile per tutti gli altri italiani, ma non per noi friulani: «Diu Indurmidìt». Un’invocazione? O una bestemmia? O forse entrambe le cose? Certo era la citazione in lingua friulana del Salmista che in una delle pagine più intense dell’Antico Testamento si rivolge a Dio chiedendogli di svegliarsi, di non rimanere addormentato davanti al dolore degli umani. Quante volte ce lo siamo chiesti, nei tanti inciampi della Storia? Davanti ai cancelli di Auschwitz o sulle rovine di Gaza, o lungo i sentieri selvaggi della via Balcanica, o ancora giù, fino sul fondo degli abissi di quel Mare Nostrum che, come ebbe a dire recentemente Francesco, pontefice illuminato, si è ormai trasformato in Monstrum, Pistrice che ingoia le vite di quei disperati che lo attraversano sperando in una vita migliore! In effetti l’alba che seguì la notte dell’Orcolat rimase vuota di ogni risposta. Dio non rispose. Dopotutto non risponde mai. Il mio ricordo è quello di un ragazzino di dieci anni non ancora compiuti che visse il tempo della Tragedia come solo i bambini sono capaci di fare: trasformandola in una straniante avventura. Eppure la mia famiglia pianse cinque vittime, rimaste sepolte per giorni sotto le macerie delle loro case, tra Majano e Gemona, prima che i loro corpi venissero riportati alla luce e alla pietà dei loro cari. Il 6 maggio del 1976 ha talmente inciso nella memoria e nella psicologia del nostro popolo che ancora oggi quella data è considerata uno spartiacque temporale. Il nostro doloroso «ante Christum natum» si è spostato a quel «prima» o «dopo» del Terremoto. Un limen epocale. Una frattura. O una faglia, se volessimo utilizzare una metafora tettonica, che più si addice alle circostanze.
Il prima investiva una voragine di millenni che avevano scolpito il profilo di una terra contadina, capace di esprimere la sua visione del mondo e delle cose entro i parametri di quella civiltà contadina che ancora persisteva: nel ciclo lento delle stagioni, negli orizzonti abbracciati dalle campagne, sulle quali erano ancora disseminati antichi borghi rurali, tirati su con i sassi dei fiumi e dei torrenti: pievi, stalle, osterie. Terra caratterizzata da una fame atavica, combattuta come meglio si poteva: a mani nude, secondo i precetti di un lavoro che veniva percepito quasi come un precetto religioso; o migrando in terre lontane, con la nostalgia dentro al cuore e la voglia di poter tornare, un giorno, là dove si era nati. Lo stesso Turoldo, già evocato, ne avrebbe cantato l’orgogliosa e sofferta dignità, senza alcuna patina di retorica, nel suo capolavoro cinematografico di sapore neorealista: «Gli Ultimi», uscito nel 1963, e in quel meraviglioso pamphlet narrativo che porta il titolo di «Terra amata addio», pensato ad appena qualche anno dal Sisma per ricordare quello che eravamo stati e che non saremmo stati mai più. Noi, i «Senzastoria» di Tito Maniacco, offesi per centinaia di anni dalla rapina delle guerre e delle invasioni, dalle scorribande degli aggressori, calpestati dalla protervia degli occupatori, fatti servi dall’arroganza dei potenti, avevamo certamente resistito consolidando quella dimensione identitaria che ha lasciato un po’ ovunque la sua impronta, in queste contrade del Mondo che molti erroneamente considerano periferia ma che in realtà sono un cèntro, un cuore di quell’Europa plurale, slava, romanza e tedesca, che proprio qui si è sovrapposta in intersezioni plurime e di complessa architettura.
Guardateli in faccia, questi Friulani, ripeteva con una nota ironica pre Checo Placereani, sacerdote e tribuno di una irrinunciabile presa di coscienza popolare: e vedrete un che di latino, di gotico, di longobardo, di slavo, di germanico. Come a dire: questo noi siamo. Intersezione. Mosaico e pluralità. Non lo sapevamo, forse. Troppo presi dalla fatica del vivere, ce ne eravamo quasi dimenticati. Ha dovuto scomodarsi l'Orcolat per risvegliare l’orgoglio sopito, scuotendo il ventre della nostra terra e le fondamenta delle nostre case. Quando abbiamo avuto paura di perdere la memoria di ciò che eravamo stati sotto i «rudinats» disseminati ovunque dalla Catastrofe, ci siamo resi davvero conto che non potevamo permettercelo. Non soltanto per onorare la memoria di coloro che ci avevano preceduto, ma soprattutto per consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti un testimone importante, da tramandare alle generazioni che sarebbero venute dopo di noi. Nel fango delle tendopoli si formarono i primi comitati spontanei, che seppero interpretare al meglio quella fierezza che ci aveva regalato un Parlamento già agli inizi del secolo XIII e una raccolta di «Constitutiones» firmata nel 1366. Ma anche, in tempi più recenti, aveva consentito la nascita di una Repubblica Partigiana, in Carnia, che seppe opporsi alle atrocità del Terzo Reich, ammettendo al voto le donne già nel 1944 e dunque con due anni di anticipo rispetto al resto del Paese. Quelle donne e quegli uomini, nella stagione del dolore e dell’emergenza, seppero guardare lontano. Pretesero che i loro diritti venissero tutelati: prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese non fu solamente uno slogan, ma quasi il manifesto ideale di una società che doveva sapersi rinnovare senza rinunciare alla memoria. Furono quelli i giorni in cui i protagonisti della rinascita materiale seppero chiedere molto di più di un ricovero: pretesero che venisse fatta loro la promessa di un’Università, quella che sarebbe poi diventata l’Università del Friuli, per formare una nuova coscienza intellettuale e critica capace di decodificare un mondo che correva veloce verso il futuro. Dalla necessità di salvare la memoria materiale dei secoli passati nacque a Villa Manin uno dei centri d’eccellenza a livello internazionale per il restauro e la tutela dei beni culturali.
La sanità pubblica, intesa come risorsa sociale, la protezione civile, la partecipazione «dal basso» alle scelte politiche di indirizzo furono tutte conquiste che sbocciarono tra le pietraie dei paesi sconnessi e disastrati come fioriture precoci, capaci di annunciare una inimmaginabile primavera nel cuore dell’inverno. E così fu. Con il contributo di tutti. Giovandosi certo di una struttura amministrativa snella, dettata dalla «specialità» regionale; ma anche di una classe politica che a prescindere dagli schieramenti seppe deporre gli antagonismi per centrare gli obbiettivi comuni. Fu un paradigma che enne preso a modello da molti, negli anni successi-vi il modello Friuli, per l’appunto. In questo lungo anno che segna un anniversario importante - i cinquant’anni da allora! - molteplici saranno le iniziative messe in campo da istituzioni, associazioni i gruppi, volte a non dimenticare. La mia paura è che, come spesso capita in simili circostanze, la melassa della retorica rischi di soffocare la vivace testimonianza della verità. Non tutto è andato a buon fine, purtroppo. E la visione che aveva acceso le nostre speranze, animato le utopie che in tanti nutrimmo in quei frangenti e negli anni che seguirono, quando l’emergenza si mutò in ricostruzione, sembra oggi più confusa e sfuocata. Certo i nostri paesi sono stati ricostruiti senza perdere tempo, e bene. L’assunto del rimettere tutto in piedi dov’era e com’era non sempre è stato rispettato. Ma non è questo che ingenera amarezza. Oggi viviamo in case moderne e sicure. Ma sono nascoste da alte siepi. Oltre le quali difficilmente si affaccia la nostra indifferenza, complice davanti alle desolazioni del Mondo. Siamo diventati più ricchi eppure siamo anche più egoisti e più soli.
Lo spirito di «paese» si è dileguato, smarrendosi
nei tempi frenetici che la vita ci impone. Non c’è più tempo per
chiedere ai vicini come stanno. Per restare seduti sull’uscio a
condividere con chiunque ci venga incontro con un bicchiere di vino. Mia
nonna ci insegnava che era necessario mettere una manciata in più di
farina nell’acqua della polenta, perché un povero avrebbe potuto bussare
alla porta, e non potevamo farci trovare impreparati. Questa era la
saggezza dei nostri antenati. Questo, temo, è ancora rimasto là sotto,
dove c’erano le macerie. Non lo abbiamo mai recuperato. Credo però che
siamo ancora in tempo per poterlo fare. Quella sarebbe la conclusione
perfetta di un percorso di recupero. Prima le fabbriche. Poi le case.
Infine le chiese. Ora è arrivato il tempo per le coscienze. Non ci
fermeranno le crepe. Anzi. Ci saranno utili a rendere meno chiusi i
nostri cuori.
Angelo Floramo
Introduzione
A 50 anni dalla ricorrenza del terremoto in Friuli
del 1976, il Circolo Culturale Navarca di Aiello ha voluto ricordare i
tragici fatti del terremoto che ha colpito le zone pedemontane e montana
del Friuli. Quattro sono i convegni organizzati insieme ai Sin-daci dei
Comuni coinvolti nel progetto: Palmanova, sede regionale della
Protezione Civile e i Comuni di Resia, Lusevera e San Pietro al Natisone,
gravemente colpiti dal terremoto.
I Sindaci dei Comuni coinvolti nel progetto hanno
voluto testimoniare la vicinanza alla propria gente, che nella grave
difficoltà vissuta durante il terremoto, ha saputo trovare la forza di
reagire a quella immane tragedia, percorrendo un cammino di vita fatto
di tanto lavoro, di tanto dolore e di tanta speranza per riavere una
propria casa.
Questa alta qualità ha portato altri comuni del
Friuli ad «adottarle» per i propri territori comunali. A 50 anni dal
terremoto, molte di queste case, considerate all’epoca d’uso temporaneo,
sono ancora esistenti ed abitate. La pubblicazione vuole anche far
ricordare i tragici fatti del terremoto, non solo alle persone
dell’epoca, che oggi hanno una veneranda età, ma anche alle persone più
giovani, che nel 1976 non erano ancora nate, e che oggi hanno una vaga
idea di quei tragici fatti, che comunque conoscono perché ne hanno
sentito parlare dalla viva voce dei loro genitori o dei loro nonni.
Aurelio Pantanali
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