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Ricordare il terremoto del 1976 non significa soltanto ripercorrere un evento drammatico della nostra storia recente: significa, soprattutto, custodire una memoria collettiva che ha contribuito a definire l'identità del nostro territorio e delle sue comunità.

Le parole che echeggiano da allora - «Il Friuli ringrazia e non dimentica» - rappresentano con efficacia il più profondo di questo anniversario: un atto di gratitudine verso chi ha sofferto, verso chi ha aiutato, verso chi ha ricostruito e un impegno a non disperdere ciò che da quella tragedia è nato. Ringrazio quindi il Circolo Culturale Navarca di Aiello e i relatori che porteranno il loro contributo scientifico, storico e umano: il ricercatore Miroslav Žerajić, l’esperto sismologo Miha Tomaževič, lo storico Aldo Di Bernardo, Giorgio Visintini, già funzionario della Protezione Civile, e il narratore Angelo Floramo, voce capace di restituire non solo i fatti, ma anche le tensioni, i sentimenti e la forza di quei giorni, facendo rivivere ciò che spesso i documenti non riescono a raccontare fino in fondo.

In questo convegno, la ricerca e la memoria si incontrano: la ricostruzione storica e scientifica ci aiuta a comprendere, mentre la narrazione e la testimonianza ci aiutano a sentire, a dare un volto e un significato a ciò che accadde.

Il terremoto del Friuli fu una tragedia in cui persero la vita mille persone la cui memoria va sempre onorata, ma fu anche l’origine di una straordinaria risposta collettiva. Da lì prese forma un modello che oggi viene riconosciuto a livello nazionale e internazionale: la Protezione Civile, nata dall’impegno diretto delle istituzioni e dal coraggio di Sindaci che seppero assumersi responsabilità enormi senza calcolare convenienze o rischi personali, ma guardando esclusivamente al bene delle proprie comunità.

Anche se personalmente il ricordo è racchiuso nella memoria di una bambina di nemmeno un anno, tuttavia, dell'Orcolat è rimasta viva la narrazione orale, le testimonianze familiari, i racconti di chi c’era e soprattutto l’eredità concreta che quell’evento ha lasciato nella Pubblica amministrazione e nel modo stesso di essere dei friulani: una cultura del lavoro, della solidarietà, della responsabilità e della dignità. Oggi, a cinquant’anni di distanza, ricordare significa soprattutto agire responsabilmente: nella prevenzione, nella tutela del territorio, nella cura delle comunità e nella capacità di affrontare insieme le sfide del presente e del futuro. La memoria non è mai un esercizio nostalgico, ma un impegno civile. Palmanova è onorata di ospitare questo convegno e di contribuire, con la cultura e con la riflessione, a mantenere viva una pagina decisiva della storia del Friuli.
 

 

 

Silvia Savi
Assessore alla Cultura Comune di Palmanova
 

 

 

 

Prefazione

 

All’indomani della scossa, David Maria Turoldo, il prete contadino e poeta, l’intellettuale scomodo, amico di Pier Paolo Pasolini, già partigiano nella lotta di Resistenza contro il Nazifascismo, scrisse sul Corriere della Sera un articolo che portava un titolo incomprensibile per tutti gli altri italiani, ma non per noi friulani: «Diu Indurmidìt». Un’invocazione? O una bestemmia? O forse entrambe le cose? Certo era la citazione in lingua friulana del Salmista che in una delle pagine più intense dell’Antico Testamento si rivolge a Dio chiedendogli di svegliarsi, di non rimanere addormentato davanti al dolore degli umani. Quante volte ce lo siamo chiesti, nei tanti inciampi della Storia? Davanti ai cancelli di Auschwitz o sulle rovine di Gaza, o lungo i sentieri selvaggi della via Balcanica, o ancora giù, fino sul fondo degli abissi di quel Mare Nostrum che, come ebbe a dire recentemente Francesco, pontefice illuminato, si è ormai trasformato in Monstrum, Pistrice che ingoia le vite di quei disperati che lo attraversano sperando in una vita migliore! In effetti l’alba che seguì la notte dell’Orcolat rimase vuota di ogni risposta. Dio non rispose. Dopotutto non risponde mai. Il mio ricordo è quello di un ragazzino di dieci anni non ancora compiuti che visse il tempo della Tragedia come solo i bambini sono capaci di fare: trasformandola in una straniante avventura. Eppure la mia famiglia pianse cinque vittime, rimaste sepolte per giorni sotto le macerie delle loro case, tra Majano e Gemona, prima che i loro corpi venissero riportati alla luce e alla pietà dei loro cari. Il 6 maggio del 1976 ha talmente inciso nella memoria e nella psicologia del nostro popolo che ancora oggi quella data è considerata uno spartiacque temporale. Il nostro doloroso «ante Christum natum» si è spostato a quel «prima» o «dopo» del Terremoto. Un limen epocale. Una frattura. O una faglia, se volessimo utilizzare una metafora tettonica, che più si addice alle circostanze.

 

Il prima investiva una voragine di millenni che avevano scolpito il profilo di una terra contadina, capace di esprimere la sua visione del mondo e delle cose entro i parametri di quella civiltà contadina che ancora persisteva: nel ciclo lento delle stagioni, negli orizzonti abbracciati dalle campagne, sulle quali erano ancora disseminati antichi borghi rurali, tirati su con i sassi dei fiumi e dei torrenti: pievi, stalle, osterie. Terra caratterizzata da una fame atavica, combattuta come meglio si poteva: a mani nude, secondo i precetti di un lavoro che veniva percepito quasi come un precetto religioso; o migrando in terre lontane, con la nostalgia dentro al cuore e la voglia di poter tornare, un giorno, là dove si era nati. Lo stesso Turoldo, già evocato, ne avrebbe cantato l’orgogliosa e sofferta dignità, senza alcuna patina di retorica, nel suo capolavoro cinematografico di sapore neorealista: «Gli Ultimi», uscito nel 1963, e in quel meraviglioso pamphlet narrativo che porta il titolo di «Terra amata addio», pensato ad appena qualche anno dal Sisma per ricordare quello che eravamo stati e che non saremmo stati mai più. Noi, i «Senzastoria» di Tito Maniacco, offesi per centinaia di anni dalla rapina delle guerre e delle invasioni, dalle scorribande degli aggressori, calpestati dalla protervia degli occupatori, fatti servi dall’arroganza dei potenti, avevamo certamente resistito consolidando quella dimensione identitaria che ha lasciato un po’ ovunque la sua impronta, in queste contrade del Mondo che molti erroneamente considerano periferia ma che in realtà sono un cèntro, un cuore di quell’Europa plurale, slava, romanza e tedesca, che proprio qui si è sovrapposta in intersezioni plurime e di complessa architettura.

 

Guardateli in faccia, questi Friulani, ripeteva con una nota ironica pre Checo Placereani, sacerdote e tribuno di una irrinunciabile presa di coscienza popolare: e vedrete un che di latino, di gotico, di longobardo, di slavo, di germanico. Come a dire: questo noi siamo. Intersezione. Mosaico e pluralità. Non lo sapevamo, forse. Troppo presi dalla fatica del vivere, ce ne eravamo quasi dimenticati. Ha dovuto scomodarsi l'Orcolat per risvegliare l’orgoglio sopito, scuotendo il ventre della nostra terra e le fondamenta delle nostre case. Quando abbiamo avuto paura di perdere la memoria di ciò che eravamo stati sotto i «rudinats» disseminati ovunque dalla Catastrofe, ci siamo resi davvero conto che non potevamo permettercelo. Non soltanto per onorare la memoria di coloro che ci avevano preceduto, ma soprattutto per consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti un testimone importante, da tramandare alle generazioni che sarebbero venute dopo di noi. Nel fango delle tendopoli si formarono i primi comitati spontanei, che seppero interpretare al meglio quella fierezza che ci aveva regalato un Parlamento già agli inizi del secolo XIII e una raccolta di «Constitutiones» firmata nel 1366. Ma anche, in tempi più recenti, aveva consentito la nascita di una Repubblica Partigiana, in Carnia, che seppe opporsi alle atrocità del Terzo Reich, ammettendo al voto le donne già nel 1944 e dunque con due anni di anticipo rispetto al resto del Paese. Quelle donne e quegli uomini, nella stagione del dolore e dell’emergenza, seppero guardare lontano. Pretesero che i loro diritti venissero tutelati: prima le fabbriche, poi le case, infine le chiese non fu solamente uno slogan, ma quasi il manifesto ideale di una società che doveva sapersi rinnovare senza rinunciare alla memoria. Furono quelli i giorni in cui i protagonisti della rinascita materiale seppero chiedere molto di più di un ricovero: pretesero che venisse fatta loro la promessa di un’Università, quella che sarebbe poi diventata l’Università del Friuli, per formare una nuova coscienza intellettuale e critica capace di decodificare un mondo che correva veloce verso il futuro. Dalla necessità di salvare la memoria materiale dei secoli passati nacque a Villa Manin uno dei centri d’eccellenza a livello internazionale per il restauro e la tutela dei beni culturali.

 

La sanità pubblica, intesa come risorsa sociale, la protezione civile, la partecipazione «dal basso» alle scelte politiche di indirizzo furono tutte conquiste che sbocciarono tra le pietraie dei paesi sconnessi e disastrati come fioriture precoci, capaci di annunciare una inimmaginabile primavera nel cuore dell’inverno. E così fu. Con il contributo di tutti. Giovandosi certo di una struttura amministrativa snella, dettata dalla «specialità» regionale; ma anche di una classe politica che a prescindere dagli schieramenti seppe deporre gli antagonismi per centrare gli obbiettivi comuni. Fu un paradigma che enne preso a modello da molti, negli anni successi-vi il modello Friuli, per l’appunto. In questo lungo anno che segna un anniversario importante - i cinquant’anni da allora! - molteplici saranno le iniziative messe in campo da istituzioni, associazioni i gruppi, volte a non dimenticare. La mia paura è che, come spesso capita in simili circostanze, la melassa della retorica rischi di soffocare la vivace testimonianza della verità. Non tutto è andato a buon fine, purtroppo. E la visione che aveva acceso le nostre speranze, animato le utopie che in tanti nutrimmo in quei frangenti e negli anni che seguirono, quando l’emergenza si mutò in ricostruzione, sembra oggi più confusa e sfuocata. Certo i nostri paesi sono stati ricostruiti senza perdere tempo, e bene. L’assunto del rimettere tutto in piedi dov’era e com’era non sempre è stato rispettato. Ma non è questo che ingenera amarezza. Oggi viviamo in case moderne e sicure. Ma sono nascoste da alte siepi. Oltre le quali difficilmente si affaccia la nostra indifferenza, complice davanti alle desolazioni del Mondo. Siamo diventati più ricchi eppure siamo anche più egoisti e più soli.

 

Lo spirito di «paese» si è dileguato, smarrendosi nei tempi frenetici che la vita ci impone. Non c’è più tempo per chiedere ai vicini come stanno. Per restare seduti sull’uscio a condividere con chiunque ci venga incontro con un bicchiere di vino. Mia nonna ci insegnava che era necessario mettere una manciata in più di farina nell’acqua della polenta, perché un povero avrebbe potuto bussare alla porta, e non potevamo farci trovare impreparati. Questa era la saggezza dei nostri antenati. Questo, temo, è ancora rimasto là sotto, dove c’erano le macerie. Non lo abbiamo mai recuperato. Credo però che siamo ancora in tempo per poterlo fare. Quella sarebbe la conclusione perfetta di un percorso di recupero. Prima le fabbriche. Poi le case. Infine le chiese. Ora è arrivato il tempo per le coscienze. Non ci fermeranno le crepe. Anzi. Ci saranno utili a rendere meno chiusi i nostri cuori.


 

 

Angelo Floramo
 

 

 

Introduzione

 

A 50 anni dalla ricorrenza del terremoto in Friuli del 1976, il Circolo Culturale Navarca di Aiello ha voluto ricordare i tragici fatti del terremoto che ha colpito le zone pedemontane e montana del Friuli. Quattro sono i convegni organizzati insieme ai Sin-daci dei Comuni coinvolti nel progetto: Palmanova, sede regionale della Protezione Civile e i Comuni di Resia, Lusevera e San Pietro al Natisone, gravemente colpiti dal terremoto.

I testi sono stati scritti dai cinque relatori invitati ai convegni dal Circolo Culturale Navarca, i quali hanno portato le loro testimonianze in qualità di conoscitori in ambito tecnico, donativo, d’aiuto volontario, storico e culturale dalla fase dell’emergenza post terremoto, alla ricostruzione delle case. Anche i Sindaci hanno voluto portare la forza di volontà che la propria gente ha dimostrato di avere dal giorno del terremoto, fino alla ricostruzione totale delle case.

I testi sono stati scritti da:
 

  • Angelo Floramo, professore a Gemona e noto scrittore friulano, che nella sua prefazione racconta delle difficoltà della gente nell’affrontare le gravissime situazioni del dopo terremoto, con le sofferenze, le speranze, il coraggio, la laboriosità e soprattutto la fiducia e la speranza per riavere alla fine una propria casa.

 

  • Aldo Di Bernardo, storico dei territori della Carnia, profondo conoscitore della vita della gente colpita dal sisma, dall’emergenza a partire dal 6 maggio 1976, al trasferimento provvisorio nelle località balneari, ai successivi insediamenti nelle case prefabbricate, fino alla completa ricostruzione.

 

  • Giorgio Visintini, ex funzionario della Protezione Civile FVG, originario di Udine, che all’epoca ha partecipato come volontario all’emergenza post terremoto lavorando nel gruppo coordinato dal Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti; poi tecnico nel Comune di Bordano disastrato dal terremoto e poi funzionario della neonata Protezione Civile per la formazione dei gruppi di volontari nei Comuni della nostra Regione Friuli Venezia Giulia.

 

  • Miha Tomaževič, professore ed esperto sismologo di Lubiana, all’epoca ha partecipato attivamente, con il suo alto contributo tecnico, alla ristrutturazione antisismica di alcune case danneggiate dal sisma, fornendo poi, tramite l’Università di Lubiana, un programma di verifica di calcolo statico per la ristrutturazione delle murature delle case in zona sismica. Questo programma (Metodo POR) fu usato da tutti i calcolatori (ingegneri, architetti, geometri e periti edili) coinvolti nella ristrutturazione e ricostruzione delle case terremotate del Friuli.

 

  • Miroslav Žerajić, nato in Bosnia ma residente a Palmanova, ha effettuato un’approfondita ricerca sulle donazioni internazionali al Friuli terremotato pervenute da 36 paesi del mondo, con un’attenzione particolare alla ex Repubblica Federativa Jugoslava che ha donato 90 case prefabbricate, fornite in 9 comuni terremotati.
     

I Sindaci dei Comuni coinvolti nel progetto hanno voluto testimoniare la vicinanza alla propria gente, che nella grave difficoltà vissuta durante il terremoto, ha saputo trovare la forza di reagire a quella immane tragedia, percorrendo un cammino di vita fatto di tanto lavoro, di tanto dolore e di tanta speranza per riavere una propria casa.

La motivazione che ha determinato, la scelta di svolgere i convegni nei tre Comuni montani di Resia, Lusevera e San Pietro al Natisone è legata al fatto che questi tre Comuni hanno ricevuto in dono, dall’allora Repubblica Federativa Jugoslava, molte case per i loro terremotati. Esse furono ritenute all’epoca molto performanti per la loro durabilità, estetica, funzionalità e semplicità costruttiva; queste case furono fornite in diverse tipologie progettuali, in legno o in prefabbricato di cemento.

 

Questa alta qualità ha portato altri comuni del Friuli ad «adottarle» per i propri territori comunali. A 50 anni dal terremoto, molte di queste case, considerate all’epoca d’uso temporaneo, sono ancora esistenti ed abitate. La pubblicazione vuole anche far ricordare i tragici fatti del terremoto, non solo alle persone dell’epoca, che oggi hanno una veneranda età, ma anche alle persone più giovani, che nel 1976 non erano ancora nate, e che oggi hanno una vaga idea di quei tragici fatti, che comunque conoscono perché ne hanno sentito parlare dalla viva voce dei loro genitori o dei loro nonni.

Il cosiddetto «Modello Friuli» festa un esempio virtuoso della gestione della ristrutturazione e ricostruzione delle case, grazie alla linea condivisa tra la popolazione locale e i suoi Sindaci, sintetizzabile nel motto «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese», formula che alla fine si è dimostrata vincente, permettendo il rientro totale degli abitanti dei paesi terremotati nelle loro nuove case.
 

 

 

 

Aurelio Pantanali

 

 

 

 

 

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